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ph. Laura Depaoli

Nata a Sassuolo, Modena, nel 1977; un Diploma di Maestro d’Arte nel 1996 e un Diploma in Grafica Pubblicitaria e Fotografia nel 1998. Da sempre interessata al mondo dell’arte, il suo percorso di artista visiva si sviluppa a livello professionale in anni relativamente recenti. Dal 2013 inizia la sua ricerca nell’ambito del disegno e del dipinto iperrealista scegliendo come tecnica privilegiata la grafite e sperimentando al contempo su molteplici supporti e con diversi mezzi pittorici. Dal 2015 espone in numerose mostre collettive, organizzate sia da gallerie private sia da enti pubblici, in mostre personali e fiere d’arte, ricevendo riconoscimenti in concorsi nazionali e internazionali. Dal 2018 si dedica esclusivamente alle sue produzioni artistiche, nel 2019 apre la sua attività “Cetti Tumminia Art Studio” con sede a Maranello (MO).

mostre personali

2019   DI-SEGNO IN-SEGNO, Spazio culturale Madonna del Corso, Maranello, Modena
2016   Grafite e Contaminazioni, MABIC, Maranello, Modena

 

mostre collettive

2019  Just Blue, Galleria SanLorenzo Arte, Poppi, Arezzo
2019  7small, LaRanaRossa Gallery, Modena
2019  Vernice Art Prize Caos Italia – mostra finalisti, Bunker di Villa Caldogno, Caldogno, Vicenza
2019  Artecno International Art Contest – mostra finalisti, Palazzo La Loggia, Motta di Livenza, Treviso
2019  Plurale Naturale, Gommapane Lab, Cavriago, Reggio Emilia
2019  HUMAN RIGHTS? #CLIMA Mostra Internazionale, Fondazione Campana dei Caduti, Rovereto, Trento
2019   WomenHouse, OnArt Gallery, Firenze
2019   Far Above The Moon, Galleria SpazioCima, Roma
2019   Arteinsieme, Cittadella della musica E.Morricone, Civitavecchia, Roma

2018   Arcane visioni, Alauda per arti e cultura, Adelfia, Bari
2018   Gaudium, sede Associazione Gaudium, Milano
2018   FACES – I volti dell’Uomo, Villa Brentano, Busto Garolfo, Milano
2018   Con la luce negli occhi, ex Fornace Gola, Milano
2018   Fisiognomica, OnArt Gallery, Firenze
2018   Premio Marco Nocchia – III Festival dell’arte figurativa e dell’Iperrealismo, Cittadella della musica E. Morricone, Civitavecchia, Roma
2018   Seconda mostra itinerante Premio Marchionni – mostra vincitori, ModernArtMuseum Cà La Ghironda, Bologna
2018   Prima mostra itinerante Premio Marchionni – mostra vincitori, Palazzo del Collegio Raffaello, Urbino
2018   Scrambled Art, Museo Guareschi, Brescello, Reggio Emilia
2018   HUMAN RIGHTS? #EDU Mostra Internazionale, Fondazione Campana dei Caduti, Rovereto, Trento
2018   E se rimanessimo al buio?, Alauda per arti e cultura, Altamura, Bari
2018   L’Arte va alla Rocca, Rocca Brivio Sforza, San Giuliano Milanese, Milano
2018   Premio Internazionale Marchionni – mostra finalisti, Museo Magmma, Villacidro, Sardegna
2018   Specchio – Immagine del Sé, OnArt Gallery, Firenze
2018   Alla fermata del treno, Museo Ferroviario Piemontese, Savigliano, Cuneo

2017   Lumen, Luce Città, Reggio Emilia
2017   Spazi transitori – mostra finalisti, Circuiti Dinamici, Milano
2017   E se domani, Palazzo Vecchio del Mauriziano, Reggio Emilia
2017   II Festival dell’arte figurativa, dell’Iperrealismo e del Ritratto, Cittadella della musica E. Morricone, Civitavecchia, Roma
2017   Con la luce negli occhi, Spazio Seicentro, Milano
2017   Eklectica-Diffusa, Galleria d’arte del cavallo, Valleggia di Quiliano, Savona
2017   Festival mediterraneo, Istituto Vittorio Emanuele II, Giovinazzo, Bari
2017   Coscienza Festival, Berceto, Parma
2017   La Quadrata – mostra finalisti, Melograno Art Gallery, Livorno
2017   In Arte con l’Ariosto, Palazzo Vecchio del Mauriziano, Reggio Emilia
2017   Concorso Internazionale d’Arte I Dauni II Ed. – premio Caran d’Ache, Vieste, Foggia
2017   Artelier Collage – mostra dei finalisti, Atelier dell’Artista, Motta di Livenza, Treviso
2017   Sentieri Astratti, Altheo Home, Milano

2016   Art Quake Centro Italia – L’Arte della Solidarietà, Museo della Città, Rimini
2016   Donna è vita, Biblioteca Umanistica di Santa Maria Incoronata, Milano
2016   F, Filanda di Salzano, Venezia

2015   Il Paese dei Balocchi, Torre Civica di Mestre, Venezia
2015   Il Cantico dei colori, Riserva Naturale di Sassoguidano, Pavullo nel Frignano, Modena
2015   Luce, Riserva Naturale di Sassoguidano, Pavullo nel Frignano, Modena

 

fiere d’arte

2019   Arte Padova, Padova
2019   Paratissima15 Multiversity, Accademia Artiglieria, Torino
2019   Paratissima15 N.I.C.E. Collaterale Beauty, Accademia Artiglieria, Torino
2019   Artrooms Fair Roma, The Church Village, Roma
2019   Paratissima Art Fair Bologna, Magazzini Romagnoli, Bologna
2018   Paratissima14 Feeling different, Caserma La Marmora, Torino

 

collezioni

Fondazione CEA
Art Open Space
Collezioni private

mostra | open studio
DI-SEGNO IN-SEGNO

testo critico a cura di Chiara Messori

“Ombra è il termine per il quale intendono quel colore più o meno scuro, che degradando verso il chiaro, serve nella pittura per dar rilievo alla cosa rappresentata”
Ernst H. Gombrich

Prendo in prestito queste parole dello storico dell’arte Ernst H. Gombrich per immergermi nell’opera di Cetti Tumminia, sassolese, classe 1977.
Seppur realizzate principalmente in grafite le sue opere sono veri e propri dipinti in cui la componente del bianco e nero la “fa da padrone”. Il suo è un segno che si trasforma, diventa altro da sé, a volte parte tracciandosi in modo netto e così rimane, mostrandoci la sua vera essenza, altre diventa qualcosa d’indistinto; viene a tal punto controllato da risultare difficilmente rintracciabile. L’artista, in quest’esposizione presenta un progetto che la spinge a comunicarci qualcosa di più di una “bella immagine”. Tumminia lavora, al contempo, sul concetto di responsabilità di un messaggio/media che vuole andare oltre i confini dell’immagine stessa. Le sue visioni partono da una volontà: far emergere la luce. Essa, artisticamente parlando, trova la sua massima espressione nell’interdipendenza con l’ombra. Quest’ultima è la complementarietà con gli opposti; la condizione che crea unità: caldo-freddo, maschile-femminile, giorno-notte. Infatti una superficie bianca o nera senza indicazioni che ne descrivano lo spazio è una superficie inerte, non ha vibrazioni, è senza vita. E’ la diversità di contrasto, la contrapposizione, a generare altro nuovo da sé.
Tumminia usa la matita come media principale ma contamina il suo segno con gesso, si serve di tocchi di colore realizzati con pastelli morbidi, con acquerelli liquidi, matite colorate, a volte si esprime con la pittura ad olio; tutto ciò “completa” il messaggio dell’opera, donandole maggiore profondità. L’artista sceglie cosa comunicare, come  comunicarlo e come usare i supporti-media che qui si strutturano come un suo personale linguaggio e, quindi, parte fondamentale del messaggio. Per l’artista l’ombra illumina quello che è nascosto: l’epifania del vero, della bellezza. Ed ecco che l’esperienza estetica si prefigura non solo come veicolo di ricezione e conoscenza ma anche come paradigma di senso. Ciò coincide con la dimensione della speranza che Hans Robert Jauss trova in ogni autentica esperienza estetica.

“Questa speranza può essere giustificata se si mostrano gli effetti delle tre funzioni dell’agire umano là dove, nell’attività estetica, la tecnica diventa trasparente come poesis, la comunicazione come katharsis e l’immagine del mondo come aisthesis nell’esperienza dell’arte che, insopprimibile ed ininterrotta nell’avvicinarsi dei rapporti di dominio, percorre la via della formazione estetica” (Jauss, 1987, p. 14).

E sembra essere proprio la speranza, intesa come rinascita, capacità di proseguire il difficile cammino della vita pur con tutte le preoccupazioni e le riflessioni che ciò comporta, ciò che fa progredire l’artista. Tumminia ci invita a guardare dentro un caleidoscopio di personaggi femminili che ci chiedono di provare ad entrare nel loro mondo, di leggere i loro stati d’animo. Dobbiamo soffermarci, osservarle bene perché questo mondo femminile propone molti spunti di riflessione. Dalla riflessione sullo stato disastroso in cui versa il nostro ecosistema a quella sulla condizione di fragilità in cui si trova ancora oggi a vivere ed operare l’universo femminile; dal racconto di una passione agli ostacoli per realizzarla.
Questa serie di lavori, “uscendo dall’ombra” (interiore ed esteriore), si rivelano in tutta la loro potenza espressiva, attraverso esperienze di tecniche, di materiali, di abilità, di studio, formano un humus denso, profondo, intriso di significati nascosti. Una sostanza piena di senso che non può essere spiegata a parole, un senso diverso che ci propone di vivere la vita nella sua pienezza, nella comprensione del vero e del bello perché come diceva il principe Myskin ne “L’Idiota” di Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo” e noi un po’ ci crediamo ancora.
L’artista attualmente sta dirigendo la sua ricerca verso nuove forme di rappresentazione e, partendo appunto da questa nuova sperimentazione e utilizzando le tecniche ormai da lei consolidate, creerà nuove figurazioni.

veduta della mostra | open studio DI-SEGNO IN SE-GNO, ottobre 2019 | Spazio Madonna Del Corso, Maranello, MO  .   ph. Cetti Tumminia

i n t r o s p e z i o n e

di Romina Sangiovanni | OnArt Gallery Firenze

“Uso luci ed ombre vere ma da loro mi aspetto che, nell’oltre dell’esistenza umana, siano
mezzo di conduzione dal profondo alla superficie. E quest’ultima, nel cui volto umano trova spesso
sede necessaria, deve vivere imperfetta come approssimazione alla fragilità perfetta”
Cetti Tumminia

Mi piace dichiarare ciò che l’artista, Cetti Tumminia, riesce emblematicamente e abilmente ad esternare nei suoi estratti, nei suoi diari, facendo così trasparire la sua limpidità. Vorrei così iniziare da questa frase dell’artista per poter spiegare ciò che accade ad ognuno di noi. Accettare le nostre ombre può implicare dolore, ma nello stesso momento evoluzione, cambiamento e accettazione di sé. Nel loro contrasto quanto nel loro equilibrio, possiamo visualizzare noi stessi, andare oltre le nostre paure, facendo emergere non solo le nostre fragilità ma anche tutte le potenzialità racchiuse in noi. La luce che è dentro di noi viene rischiarata solo una volta a conoscenza delle nostre profondità, che risiedono nel nero luogo di assoluto silenzio e paradossale consapevolezza dell’imperturbabile realtà interiore. Non vi è conflitto, vi è un equilibrio, che nelle sue opere si risolve con assoluta comunicazione tra ciò che risiede dentro, all’interno di noi, e ciò che ha luogo al di fuori di noi in maniera manifesta e sociale, ciò che si deve essere socialmente e ciò che si è realmente: come appare nelle opere dell’artista, la chiave risiede nel ponte tra la luce e l’ombra. “Introspezione” deriva proprio da un’accurata analisi di sé stessi, delle emozioni e delle motivazioni profonde dell’agire sia all’ interno che all’ esterno.

“…Non c’è presa di consapevolezza senza dolore. Le persone sono in grado di fare qualsiasi cosa,
per quanto assurda, pur di evitare di affrontare la propria anima. Nessuno si illumina fantasticando
su figure lucenti, ma prendendo coscienza della propria oscurità…“
Carl Jung

Nell’ artista si riscontra un sentire profondo tra reazione conscia del quotidiano che si pone da stimolo quanto una reazione inconscia a ciò che gli è visibile, creando un etereo connubio tra la donna che deve essere e la donna che è al suo interno tra anima e corpo, tra arte e vita. Tumminia cerca di mettere in comunicazione il mondo visibile ed il mondo invisibile, il primo attraverso la tecnica, abitato da contrasti di ombre e luci, dove il nero diventa silenzio ed inneggia ad una riscoperta e rinascita, nel secondo la luce ed il contrasto divengono altrove. Il segno stesso nelle sue opere trattiene una delicatezza che sembra provenire da lontani ricordi: il segno esprime il carattere dei suoi soggetti, donando un’identità diversa ed assoluta unicità. La donna ha il compito di essere “dea”: mostrare il lato sensibile ed empatico che è comunicazione con il circostante, con l’energia e l’universo uscendo dai luoghi in ombra ed abitati da paure e da gabbie imposte dal “dover essere”, arrivando alla necessità di essere libera; i fiori, le radici, l’elemento naturale per l’artista interagiscono perfettamente con il senso di libertà come parte del tutto, il tutto delegato al nostro intimo, “Chiudi gli occhi e guarda…”.
Nelle opere dell’artista gli occhi osservano ed attraverso ciò il fruitore può comunicare con la propria anima, perché se l’arte è comunicazione, l’arte come nel caso di Tumminia, sa donare le chiavi essenziali alla riscoperta della nostra anima e per la capacità di vivere con consapevolezza il viaggio con noi stessi. Non giudicano le sue donne, non guardano mai l’osservatore con allegria o giudizio ma si muovono con delicatezza nella sfera dei ricordi, del passato, e se guardano, se osservano, lo fanno con dolcezza e per farci sentire vivi e per farci riscoprire in qualche modo la nostra sensibilità.

“…Ho ancora nelle narici l’odore acetato dei negativi e negli occhi il buio colorato dalla lampada rossa nella camera oscura di mio padre. Ero piccola e mi portava dentro a guardare. Le immagini nell’altalenare di piccole vaschette liquide apparivano, silenziose e soffuse. Lui, con occhi attenti, le strappava da un mondo inesistente. Ho visto lì il cupo e il chiaro. E’ lì che mi inizia dentro: l’idea, l’immagine, il sorriso, il mondo vivo in bianco e nero. Lei invece no. Mia madre era piccoli tocchi di colore, paziente. Decorava e dipingeva tutti i fiori del campo, li stendeva con delicata “caldezza”, mi accompagnava tra i miei disegni, sorridendomi poco distante nei pomeriggi caldi e serrati di cose da fare. Provengo da quei giorni, e tra allora ed oggi, sono trascorsi gli anni del cammino al paragone. Tutto poteva essere, ma nulla infine accadeva. Correvo: la scuola di Grafica Pubblicitaria, Fotografia, il canto, la recitazione per 15 anni. Poi un colore: il nero su un foglio bianco a raccontare il miele negli occhi dei miei due figli. Avverto un nuovo e raro inizio, e ne avevo di ragioni da dare al cuore…Mi perdo, da allora, a sanare i miei preziosi dolori…”
Cetti Tumminia

La figura femminile è sempre stata oggetto di rappresentazione nelle arti figurative, ricoprendo di volta in volta una veste simbolica diversa. Il modo di rappresentarla e il ruolo simbolico da essa svolto sono cambiati nel corso dei secoli, di pari passo con l’evoluzione delle tecniche artistiche e degli stili, con il variare del gusto estetico e, elemento non meno importante, con il diverso modo di concepire il ruolo della donna nella società. Fin dagli albori della civiltà la figura femminile, quindi, è stata protagonista della storia umana: gli archeologi hanno rinvenuto numerose sculture di divinità femminili, attribuite all’organizzazione delle tribù di stampo patriarcale nell’era paleolitica. Presso molte antiche civiltà la donna era il perno della società, era depositaria del principio della vita, della fecondità e come tale veniva rappresentata. A partire dalle rappresentazioni e sculture della preistoria la donna è stata rappresentata nelle sue molteplici sfaccettature: donna come madre, donna come santa, donna come diavolo, donna come amante. Donna come corpo o come carattere, amica preziosa o incompresa nemica, amante o madre, forte o debole? Si può dire che l’arte abbia colto ogni suo aspetto, ma mai la sua interezza, anche perché la donna stessa si esprime  mediante aspetti differenti e parziali, come ogni individuo ma forse particolarmente, in virtù di quella lunaticità che tanto spesso le viene attribuita e che la rende un caleidoscopio di manifestazioni, un’altalena di stati d’animo, un dilemma tra bisogni e desideri, sempre diversa dalle altre donne e persino da sé stessa, eppure altrettanto salda e necessaria. Per l’artista Cetti Tumminia, la donna è anzitutto essenza che va oltre l’indubbia forma: è il simbolo della figurazione di tutti i tempi, è l’archetipo della dimensione umana, della sua trasparente profondità, del suo glorioso intelletto, della sua perfezione assoluta, sopra ogni altra forma vivente e sopra la vita che ogni giorno viviamo, la donna è emblema della libertà e del suo mondo interiore.

catalogo monografico 2018
a cura di Art Open Space

intervista di Cristina Polenta

Raccontami di te, del tuo essere artista.

Essere artista per me è fisiologico, non si tratta di una scelta.  L’arte mi spoglia della corazza di cui mi vesto per affrontare il quotidiano, per contrastare ciò che non accetto e che non mi appartiene. E’ un mezzo alto ed insieme profondo, necessario, per comunicare con me stessa e con gli altri: mi aiuta a mettere in luce caratteristiche umane positive, a bilanciare quello che è il mondo visibile che quotidianamente logora la parte migliore di noi. E’ un modo per combattere silenziosamente, un modo per scavarmi dentro e portarmi fuori, un modo per urlare, un modo per accogliere e perdonare me stessa, un modo per trovare la pace ed avere speranza.

Descrivimi le tue opere. Di cosa parlano, come nascono?

Nelle mie produzioni riconosco quel legame profondo con ciò che ho vissuto e amato: le foto in bianco e nero di mio padre, le decorazioni floreali di mia madre, i neri profondi e i forti contrasti delle luci teatrali, i luoghi inconsci nei quali spesso mi smarrivo. Amo rappresentare figure femminili perché la donna è un essere fortemente bivalente, delicata e potente. La sua potenza ha la capacità di restare intima, in questo modo la comunicazione può svilupparsi in maniera empatica. L’inserimento di elementi naturali poi, oltre ad una valenza puramente decorativa, mi consente di sottolineare l’unione tra uomo e natura. L’elemento naturale diviene simbolo dell’universo in cui viviamo (visibile e invisibile) ed insieme metafora della natura umana. La natura emerge o si fonde con l’elemento umano facendo riaffiorare emozioni inconsce, sottolineando caratteristiche proprie del nostro essere, aprendoci al contempo all’introspezione.
Amo il nero: il colore del silenzio, il colore dell’intimo rifugio, il colore del luogo infinito e senza tempo… Nelle cavità più intime del nero i più antichi dolori del rifiuto e le carezze del dubbio, la fabbrica di altri sogni. Ci vorrebbe un trattato di semplicità per spiegare che le mie opere non sono una meccanica stesura di colori, si tratta di un’arte che implica un’attività emozionale complessa. L’armonia del mondo in un disegno a matita, le variazioni di tono, lo studio dei chiaroscuri per separare luci e ombre e farne una sola luminosità. L’opera cresce a spazi che convergono e ne assumono gli umori umani. Il tempo per definirla diventa fastidioso ingombro e quando penso di doverla liberare compaiono le fiere debolezze e il bello abolisce ogni merito. Ma il tempo, ancora, la fa nuovamente diventare altro, lei si innalza e si racconta, anche a me che l’ho vista nascere. Do seguito a mondi interiori, inconscio e conscio si fondono, l’idea si scompone e ricompone, rivoluzionando i ritmi concettuali, ora mi rende inquieta, ora mite e amabile. Ho spesso la sensazione di non essere io a guidare questo divenire, ma l’armonia che diviene mi sveglia l’esistenza.

Quando è iniziato il tuo percorso artistico, e in che modo?

Penso nasca dalla mia stessa nascita: sono figlia d’arte. Oltre ai ricordi di bambina, la componente genetica nutre naturalmente la mia sfera creativa. Mio padre è un fotografo capace ed appassionato mentre mia madre per la maggior parte della sua carriera lavorativa è stata disegnatrice, decoratrice e pittrice. Da che ho memoria è sempre stato evidente che il mio lato artistico fosse prevalente: ho sempre dedicato la maggior parte del mio tempo al disegno, al canto e al teatro, luogo magico e misterioso al quale fui introdotta sin da bambina da mio padre che per moltissimi anni ha lavorato anche come fotografo di scena per il teatro ed il balletto.
Nel 1998 mi diplomo all’Istituto d’Arte, sezione Grafica Pubblicitaria e Fotografia, da questo momento al trascorrere di 15 anni pensando a tutt’altro a volte non credo nemmeno io, eppure è stato così. Dopo il diploma è stato un susseguirsi di scelte legate alla stabilità economica e al compimento di una famiglia credendo al contempo che il sogno da realizzare fosse quello di fare l’attrice. Ho studiato recitazione per 15 anni, poi nel Dicembre 2013, durante l’avvio di un progetto teatrale per me davvero importante, vengo folgorata mentre realizzo il ritratto dei miei due figli.
Da quel momento non penso ad altro: riprendo a dipingere in maniera costante, nonostante i bambini piccoli, nonostante il lavoro diurno a tempo pieno, dipingo la sera, la notte, riducendo consistentemente le ore di sonno. Lascio il teatro, lascio tutti gli impegni che potrebbero distogliermi da quello che diventa il mio unico bisogno. Oggi, dopo quasi 5 anni da quel momento, sono ancora assolutamente convinta che questa sia la mia vocazione: riconosco in me, finalmente, capacità che neppure la mia forte criticità possono mettere in discussione e comunque, anche se
volessi, sarebbe impossibile tornare indietro.

Il più bel ricordo legato alla tua carriera.

Bei ricordi ce ne sono diversi e corrispondono ai momenti in cui ho scorto l’incanto negli occhi altrui di fronte ad una mia opera per la prima volta. Qualcuno mi ha persino confessato di essersi commosso… per me non ci può essere esperienza più gratificante che assistere e percepire concretamente l’empatia tra lo spettatore e l’opera. Quando questo avviene ho la conferma di aver lavorato bene.

Se dico arte, cosa ti viene in mente?

Penso che c’è una vita ed il suo desiderio di essere felice e di vivere il “bello e buono” di ogni momento. L’atto artistico è il non perdersi in sé, è il movimento che ci pone davanti all’avvenimento con occhi sgranati e che ci fa riconoscere la promessa di felicità e del buono per noi, nel nostro cammino verso la realizzazione di ciò.

Un sogno nel cassetto?

Sono una persona semplice e molto tenace: sogno di vivere senza rinunciare a me stessa.

CETTI TUMMINIA
profonda e obliqua linea bianca

di Carlo Colombo Calabria

Si tratta di Cetti Tumminia, profonda e obliqua linea bianca.
Nomade che corre sui crinali del silenzio per non sbandare e dorme nelle vene della grafite per separarne i dubbi  sfiniti, tra ombra e disombra che ammalia. E ne sfuma la rima stretta con profonde incisioni. Lei ne smonta i radicali e dà luce agli istinti. La scorgi scavare sotto le ascelle e fondere le respirazioni armoniche sfumando i tratti bianchi della luce tirando il buio dei sorrisi per un solo motivo: smussare gli sfinimenti frontali che rasentano i muri del mondo. Cetti Tumminia cerca nei lineamenti i fardelli che allungano i respiri e li rendono profondissimi fino a toccare la pancia in fondo ai fantastici bruciori delle beatitudini. Ne stempera matite furibonde; Ne controlla persino le scorribande e le salite ripide e i ritorni platonici degli zig zag grondanti di colori allo stato brado fino a sfinirli in lievi sibili nasali. La bellezza eterna del suo biancore sfonda come il sudore, montando e smontando le linee dello sgomento. Scava nella vedovanza delicata dell’ombra e, da linea a linea ne sfratta la lusinga fino ai punti finiti e sfiniti. Si ferma nel pallore della caduta e da limite a limite ritorna dall’attrito delle curve, quasi sconfitta, ricomponendo il lutto degli occhi con lacrime sottili ridicolissime. Quanto maremoto nei polsi; Nello sguinzaglìo, la matita sfoca gli spazi. Il vuoto-vuoto la spinge nella disuguaglianza dei limiti dimostrandole che è impossibile disegnare la fine del cielo. Lei per nulla sorpresa di getto ne raccoglie un “tot” colorato di silenzio;
E’ questo che la commuove e la fa arrossire, la abitua a morsicarsi il labbro lievemente digerendone i momenti primari e secondari della vita e, a tempo terzo, quando nell’aria scivola l’eterno, lei nella grafite delle mani impasta l’aperto e sconfinato semplice. E’ cercando notizie negli scavi del cuore, o isole sotto i talloni che la portano a sfondare le ombre degli umori brevi, a sondare la potenza degli amori, a sfinare confusi sorrisi qualsiasi. Si guarda intorno sovente. Si confonde nel nulla per evitare sfumature friabili e incessanti. Eppure non c’è ombra che non si allunghi su di lei e non gli lasci dentro pensieri esposti alle intemperie. La guardano, si lascia guardare e guarda, appoggiata su un mento friabile, si ritrova altrove su alti muri bianchi, spaesata in altri confini. La sentono, li sente, si sente dire che i corpi hanno i sudori dentro e le improvvise fughe sono censite da sguardi violentissimi e scanditi dai tondi regolari del cuore in precipitazioni inaspettate. Cetti capisce che i camminamenti esaltanti si sviluppano nel retrogusto dello sguardo e guardando tra gli sguardi si sazia nei prolungamenti inattesi e supplicati; Ne rimane spaesata e si butta altrove sotto strati organizzati per scovare dentro i colori millenari dei silenzi dalle indefinibili imperfezioni.