Chi sono

Cetti Tumminìa nasce a Sassuolo (MO) nel Giugno 1977. Nel 1996 consegue il Diploma di Maestro d’Arte e nel 1998 il Diploma in Grafica Pubblicitaria e Fotografia presso l’Istituto d’Arte ”A.Venturi” di Modena. Nonostante questo il suo percorso nell’arte figurativa rinasce diversi anni dopo: nel finire del 2013, in un momento inaspettato. L’artista, ricondotta a quella che riconosce come la sua essenza più vera, riprende a dipingere in maniera costante scegliendo principalmente la grafite, sperimentando nel contempo, in maniera fortemente istintiva, molteplici mezzi pittorici e supporti.

Dal 2017 artista AIAPI / Associazione Internazionale Arti Plastiche Italia / Official Partner UNESCO.

 

…Ho ancora nelle narici l’odore acetato dei negativi e negli occhi il buio colorato dalla lampada rossa nella camera oscura di mio padre. Ero piccola e mi portava dentro a guardare. Le immagini nell’altalenare di piccole vaschette liquide apparivano, silenziose e soffuse. Lui, con occhi attenti, le strappava da un mondo inesistente. Ho visto lì il cupo e il chiaro. E’ lì che mi inizia dentro: l’idea, l’immagine, il sorriso, il mondo vivo in bianco e nero. Lei invece no. Mia madre era piccoli tocchi di colore, paziente. Decorava e dipingeva tutti i fiori del campo, li stendeva con delicata caldezza, mi accompagnava tra i miei disegni, sorridendomi poco distante nei pomeriggi caldi e serrati di cose da fare.

Provengo da quei giorni, e tra allora ed oggi, sono trascorsi gli anni del cammino al paragone. Tutto poteva essere, ma nulla infine accadeva. Correvo: la scuola di Grafica Pubblicitaria, Fotografia, il canto, la recitazione per 15 anni. Poi un colore: il nero su un foglio bianco a raccontare il miele negli occhi dei miei due figli. Avverto un nuovo e raro inizio, e ne avevo di ragioni da dare al cuore… Mi perdo, da allora, a sanare i miei preziosi dolori.

Mi ispira da sempre l’armonia del mondo e rincorro la sua disarmonia per non ingombrare il mio tempo di giorni spogli. Osservo e vivo tutti gli artisti che raccontano i loro colori, prediligo le stesure del nero fiutandone l’ombra. Vivo i miei spazi senza influenze e abito nuovi indirizzi delle cromie folli dell’unico colore che mi chiarisce e spiega la luce umana. Più delle rughe, delle folte barbe e del significativo perfezionismo di Emanuele Dascanio, amo la dimensione nascosta che emerge dalle sue opere. Il flusso del vissuto che scarica, le linee d’ombra che trasbordano il vero dell’uomo nel suo complesso esperienziale. Le trame anomale sulla pelle umana di Marco Grassi, più che i colori carnali quasi vivi. La terribile inquietudine di Eloy Morales, la semplicità di Ruan Huisamen, la verità negli occhi dei soggetti di Rubén Belloso.

Non mi sento affatto iperrealista. Uso luci ed ombre vere ma da loro mi aspetto che, nell’oltre dell’esistenza umana, siano mezzo di conduzione dal profondo alla superficie. E quest’ultima, nel cui volto umano trova spesso sede necessaria, deve vivere imperfetta come approssimazione alla fragilità perfetta. Dò seguito a mondi interiori in completa assenza di controllo emozionale. L’immagine fotografica dell’idea si struttura fulminea nella mente, attraversa i cicli del mio intimo dolore e me ne libera quando la grafite prende spazio nelle porosità del bianco. Inconscio e conscio si fondono, l’idea si scompone e ricompone, rivoluzionando i ritmi concettuali, ora mi rende inquieta, ora mite e amabile.  Ho spesso la sensazione di non essere io a guidare questo divenire, ma l’armonia che diviene mi sveglia l’esistenza. E’ questa debolezza che mi prende le mani e mi lascia andare senza mai lasciarmi veramente libera.