Specchio, l’immagine del sè – Apr/Mag.2018

ONART GALLERY FIRENZE

Dal 21 Aprile al 7 Maggio 2018

(Prorogata fino al 17 Maggio)

 

Specchio- L’immagine del sé

“Si usa uno specchio di vetro per guardare il viso e si usano le opere d’arte per guardare la propria anima”.

George Bernard Shaw

La percezione che l’uomo ha del proprio corpo e di sè è disarticolata e parziale, è costituita da flash di frammenti, colti da molteplici punti di vista e tali da ostacolare una visione unitaria del corpo stesso e di sé. Ne deriva che le vie d’accesso che l’uomo deve percorrere, sin dalla più tenera età, per prendere coscienza della propria morfologia si rivelino labirintiche e costellate di interferenze. Si tratta di natura diversa, alcune di ordine soggettivo, come la faticosa presa di coscienza della propria individualità; altre di natura intersoggettiva, come dai valori vigenti in ogni assetto sociale e, infine, dai fondamentali apporti antropologici che segnano la storia del genere umano. Sebbene sia pressato dal fardello di questa gravosa ricostruzione delle proprie sembianze, l’uomo, nel corso della storia, ha sempre cercato di impadronirsi della propria effige perseguendo quell’impellente necessità espressiva che lo caratterizza e che lo spinge a riprodurre la propria apparenza fisica trasformandola in immagine attraverso la pratica artistica. La nozione di immagine del corpo è di per sé complessa, se poi si correla alla nozione di rappresentazione, viene a configurarsi un altro nodo problematico. É a partire dalla percezione della propria fisicità (il propriocettivo) che l’uomo prende cognizione della sua apparenza e da qui inizia a riconoscere il corpo rappresentato visivamente dalle arti figurative. Capire i processi originari che presiedono alla creazione dell’immagine mentale del corpo è infatti condizione necessaria all’individuo per poter accedere alla lettura dell’immagine virtuale del corpo, dell’immagine manufatto che è il risultato di una costruzione, le cui componenti affondano nella sfera dei processi percettivi, i quali si attengono alle convenzioni culturali. Prima ancora dei fondamenti contribuiti della psicologia strutturale di Jean Piaget e di Jacques Lacan e poi degli studi cognitivi, è stato il pensiero Freudiano a indagare il ruolo delle immagini come elementi fondanti il processo evolutivo dell’individuo, a partire dal primo stadio della libido (stadio narcisistico), quando questo è interamente investito sull’Io, o precisamente sul proprio corpo. Sigmund Freud considera il vedere ed il guardare come delle pulsioni; tuttavia la pulsione e il suo oggetto non sono originariamente distinte, e nei primi mesi di vita del bambino non esiste una linea di demarcazione tra interno ed esterno tra corpo e realtà. La prima fase narcisistica (narcisismo primario) è infatti caratterizzata da uno stato fusionale, poliformo ed indistinto, che coinvolge tutti i sensi e, con essi la vista. In questa prima fase l’oggetto della pulsione è il proprio corpo, recepita in maniera frammentaria. Dopo i primi sei mesi di vita la frammentazione trova un suo ordine organico per mezzo della seconda fase (identificazione affettiva) dove gioca un ruolo fondamentale, insieme all’immagine materna, l’immagine speculare. Il motivo freudiano dello specchio è ripreso da Lacan, che ne parla come “l’avventura originale grazie alla quale l’uomo fa per la prima volta questa esperienza: si vede, si riflette, e si concepisce come un altro da quello che è, dimensione dell’umano, che struttura tutta la sua vita fantastica…” (Lacan 1966). Nello specchio il bambino capta la propria immagine, e contemporaneamente, quella della madre, percepisce il proprio sguardo e quello materno in uno stato che gli crea fascinazione, oltre al riconoscimento dell’immagine speculare, lo specchio comporta la presenza di uno sguardo, uno sguardo che fissa che blocca “medusa”. Il mito di Perseo e di medusa ha offerto a Jacques Jusselle gli elementi chiarificatori in relazione al ruolo dell’immagine nella costruzione dell’identità (Jusselle1997). Focalizzare l’attenzione sulle tappe dello svolgimento del mito permette di stabilire un modello che renda conto delle modalità di acquisizione dell’immagine del corpo nella fase narcisistica e in relazione alla fase iniziatica dello specchio. Ed è a partire dalla consapevolezza dell’immagine del proprio corpo e delle sue potenzialità dinamiche, indotte dalla fase narcisistica e dall’evento speculare, che si originano i processi di significazione e di senso. Ma a tutto ciò si aggiunga che il comportamento spaziale dei corpi è condizionato anche da ulteriori impulsi strettamente relazionati ai fattori socio emozionali e culturali. Perché la nostra attenzione si è attestata sulla figura umana? In primo luogo perché essa è una forma conchiusa, compatta e siglata che, per quanto mutante nelle sue qualità morfologiche, rientra pur sempre in schemi di riconoscimento la cui invariabilità di base è garantita dall’anatomia. In secondo luogo perché la fenomenologia delle posture della figura umana, per quanto molto vasta, costituisce un repertorio circoscrivibile di articolazioni anatomiche, di punti di ripresa e di messe in scena registiche. In terzo luogo perché la componente non trascurabile della sfera psicologica che caratterizza l’uomo funge da valore aggiunto. Il vasto repertorio delle modalità rappresentative delle posture del corpo umano attraverso tutto il percorso della storia della pittura, ma la massima resa realistica della figura, secondo i canoni della cultura occidentale è raggiunta nel periodo storico che dal Rinascimento arriva al ventesimo secolo. Il racconto dello specchio comincerebbe forse dalla prima volta in cui un uomo si è trovato davanti alla sua immagine riflessa, probabilmente siamo in età preistorica, probabilmente lo specchio è solo la superficie calma di un lago e probabilmente quell’uomo si sarà sporto oltre il bordo scoprendo che c’è un altro lui che lo guarda dall’acqua! Questo gioco di riflessi, conosciuto proprio come l’effetto “Venere” (nella maggior parte dei dipinti di Venere, ci guarda compiaciuta attraverso il suo riflesso nello specchio, ma se sta guardando noi vuol dire che lei non può vedere sè stessa: dunque non si sta ammirando in tutto il suo splendore come generalmente si crede, ma sta cercando di trascinarci dentro il dipinto), è uno dei tanti fenomeni “illusionistici” legati al mondo degli specchi. Un trucco ottico, se vogliamo, ma di grande suggestione, tant’è vero che è ancora molto usato in fotografia. È così che, sulla superficie dello specchio, si materializzano porzioni di figure umane, assenze, catturate da un effimero riflesso ma fissate in questo in modo permanente. Nella pittura odierna lo specchio implica una percezione del sé oltre il confine del proprio corpo stabilito socialmente, l’artista utilizza lo specchio per mostrare attraverso la propria opera d’arte la sua anima o la percezione del corpo altrui o come studio di se stesso, lo specchio risiede nel ritratto ,lo specchio risiede nell’atto performativo, lo specchio va oltre la canonica realizzazione dei confini tangibili e si scardina dalla forma canonica raggiungendo attraverso l’arte stadi superiori di coscienza. Lo specchio dunque rappresenta nell’arte una nostra arbitraria interpretazione a seconda del nostro sentire e dello sguardo che poniamo al circostante, lo specchio è il mezzo che l’artista utilizza per visionare il corpo e la sua fisiognomica ed esprimere il suo personale sentire. Questa mostra vuol mettere in luce attraverso le opere degli artisti, il concetto di specchio come immagine del sé e dell’altrui persona in una forma di indagine legata alla psicologia ed al poter far emergere l’anima dei soggetti rappresentati.

”…Chi vede correttamente la figura umana? Il fotografo, lo specchio, o il pittore? …”

Pablo Picasso